L’uscita.

Ti si lacera l’anima nel vederlo abituarsi a non sentirsi parte…

Succedeva ancora una volta.

Da quando ha iniziato il suo percorso scolastico, ogni pomeriggio si ripeteva lo stesso desiderio silenzioso: che uscisse da scuola con le risate. Solo questo. Che uscisse con quella stanchezza vibrante di chi ha condiviso battute, pacche sulle mani e aneddoti di classe. Ma la realtà, giorno dopo giorno, restituiva un’immagine diversa. Un’immagine carica di un abbattimento che, con gli anni, ha smesso di esprimersi in lacrime per trasformarsi in un peso interno molto più difficile da gestire.

Tu sai che quel bicchiere non si riempie tutto in una volta. Si riempie goccia a goccia: una presa in giro nel corridoio, un’accusa ingiusta per non aver capito un codice implicito, un “tu non giochi” durante la ricreazione o quell’isolamento sottile che fa più male di una spinta.

È la solitudine di chi regge una situazione dopo l’altra, cercando di decifrare un mondo che sembra essere stato progettato senza tener conto di lui.

Sopportare tutto questo per tutta la scuola primaria e secondaria non è “crescere”, è esaurimento estremo. E quando il bicchiere si riempie, non ci sono strumenti né professionisti che possano svuotarlo con un semplice “fai come se niente fosse”.

Vederlo uscire così è come ricevere un colpo diretto al petto.

Come madre, quel dolore si conficca profondamente nel vedere la sua solitudine e come assimila, con quella dolorosa rassegnazione di chi è in minoranza, gli atteggiamenti di rifiuto dei compagni. Ti si lacera l’anima nel vederlo abituarsi a non sentirsi parte, a nascondere la ricchezza del suo mondo interiore per non farla calpestare. Ci sono giorni in cui daresti qualsiasi cosa per scambiarti con lui, per essere tu a ricevere quelle prese in giro, quei “tu no”, quelle parole taglienti, solo per evitargli anche un secondo in più di quella sofferenza. È un’impotenza che brucia.

Ci dicono di “normalizzare”, che “deve adattarsi”. Ma cosa significa davvero normalizzare in questo contesto? Cosa succede se un bambino non vuole parlare di calcio, ma preferisce usare la sua ricchezza linguistica per esplorare altri mondi? Cosa succede se non è bravo a tirare un pallone ma ha una parlantina brillante, o se il suo umorismo non passa per l’insulto ma per un’acutezza che gli altri non riescono a comprendere?

Come diceva l’educatore Ken Robinson, spesso “la scuola uccide la creatività”, ma in questi casi ciò che a volte viene soffocato è l’identità stessa, per il semplice fatto di essere in minoranza.

Ed è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Dove stiamo sbagliando? In cosa stiamo fallendo come società, come famiglie e come educatori, perché generazione dopo generazione i bambini continuino a replicare gli stessi schemi di esclusione? Perché il rifiuto, l’isolamento, l’insulto o la derisione continuano a essere la moneta di scambio nei cortili?

Forse il problema non è il bambino che è “diverso”, ma la nostra incapacità collettiva di insegnare che la diversità non è una minaccia, ma un dono.

I suoi gusti e le sue particolarità non sono errori; sono il suo modo di essere. Ma essere una minoranza di uno in un ambiente che esige uniformità pesa. Lascia ferite, genera una profonda sfiducia verso il gruppo e una solitudine che si insedia nelle ossa. L’adattamento non può essere sempre un percorso a senso unico in cui il bambino si annulla per non disturbare.

Mi piacerebbe che parlassimo di quelle “uscite da scuola” che nessuno vede e del carico emotivo che condividiamo. Mi piacerebbe che condividessi nei commenti: hai mai sentito quel nodo allo stomaco, quel desiderio di proteggerlo con il tuo corpo di fronte al rifiuto? Dove pensi che, come società, dovremmo mettere il focus per fermare questa fabbrica di solitudine che continua a essere il cortile della ricreazione?

Irene Gamero - Synapsias del Talento

Questo articolo nasce da una collaborazione con synapsias.com ed è stato adattato per questa comunità


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